Lady Spread non ci dà tregua nonostante i Bot siano appetiti

Il mercato ha riservato una buona accoglienza all’asta di ieri sui Bot semestrali. Il Tesoro è riuscito infatti ad assegnare tutti i nove miliardi di titoli di stato, registrando un netto ribasso del tasso di rendimento medio al 3,25 per cento, dal 6,5 per cento di fine novembre. Però lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi equivalenti è tornato a salire arrivando a sfondare quota 500 punti, a 511 punti. Come dire che investire su titoli italiani a lunga scadenza è considerato ancora rischioso, a differenza dei Bot a sei mesi. GUARDA LA DIRETTA DELLA CONFERENZA STAMPA DEL GOVERNO
29 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 11:02 | 16 AGO 20
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Il mercato ha riservato una buona accoglienza all’asta di ieri sui Bot semestrali. Il Tesoro è riuscito infatti ad assegnare tutti i nove miliardi di titoli di stato, registrando un netto ribasso del tasso di rendimento medio al 3,25 per cento, dal 6,5 per cento di fine novembre. Però lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi equivalenti è tornato a salire arrivando a sfondare quota 500 punti, a 511 punti. Come dire che investire su titoli italiani a lunga scadenza è considerato ancora rischioso, a differenza dei Bot a sei mesi. Per questo c’è attesa oggi per l’asta di Btp a 5 e 10 anni.

Anche le Borse azionarie non si entusiasmano.
Dopo un’apertura in rialzo, Piazza Affari ha virato in negativo in sintonia con le altre principali piazze europee tranne Londra. Il movimento ribassista si è accentuato dopo l’esordio negativo di Wall Street. D’altronde la liquidità erogata dalla Bce alle banche per 489 miliardi sotto forma di prestiti a tre anni al momento non ha avuto tutti gli effetti sperati. Significativo che ieri sia stato toccato un nuovo record per i depositi overnight delle banche europee presso la Bce: gli istituti hanno parcheggiato 452 miliardi, un livello mai raggiunto dall’introduzione dell’euro. Finora il bazooka dell’Istituto di Francoforte presieduto da Mario Draghi ha raggiunto poco l’economia reale e gli effetti sotto forma di acquisti di titoli statali non sono evidenti, ma sui Bot un segnale c’è stato.

Così c’è chi appunta lo sguardo
su un ruolo più incisivo della Bce. E’ il caso questa volta degli esperti della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali. Il dipartimento economico e monetario della Bri capitanato dall’italiano Claudio Borio svela i limiti dei firewall europei e appoggia, di fatto, le iniezioni di liquidità e l’acquisto in massa di bond da parte delle Banche centrali degli Stati Uniti (Fed) e della Gran Bretagna (Boe). Loro sì che sono riuscite a contenere la pressione sui titoli di stato, limitando i costi del debito. Nell’ultimo report trimestrale della Bri si legge che “gli acquisti di asset negli Stati Uniti e nel Regno Unito sembrano aver avuto un immediato e innegabile impatto sui rendimenti delle emissioni sovrane in relazione alle scadenze”.
Seguendo i più importanti annunci relativi ai programmi di riacquisto statunitensi e britannici, scrive la Bri, “il rendimento dei titoli cala in relazione alla maturazione, con il maggiore impatto su quelli a cinque e a dieci anni. Con gli effetti che si sentono soprattutto dopo gli iniziali annunci di ogni piano”. La base di partenza dell’ultimo studio degli economisti della Bri sono i 1.750 miliardi di dollari con cui la Fed ha finanziato tra il 2008 e il 2009 il programma Large-Scale Asset Purchase (Lsap), rinnovato poi nel marzo del 2010 con il Quantitative Easing 1 e ai quali sono seguiti nel novembre 2010 i 600 miliardi del Lsap2 e nel settembre 2011 i 400 miliardi del new Maturity Extension Program (MEP). Soldi spesi da Ben Bernanke per rastrellare titoli decennali in scadenza e poco appetibili. Oppure ai 275 miliardi di sterline che la Boe ha destinato all’Asset Purchase Facility (Apf) Fund dal gennaio 2009 in poi. E gli effetti positivi non sono mancati: “Soltanto con questi strumenti si possono affrontare in tempi straordinari i problemi creati dalla crisi finanziaria e dalla conseguente recessione”.
Gli analisti capitanati da Borio scrivono che “all’inizio i programmi di acquisto di Stati Uniti e Regno Unito fanno registrare significativi cali negli interessi ogni qualvolta le Banche centrali rimuovono dal mercato parti delle emissioni di titoli del Tesoro. In media il Lsap2 ha fatto abbassare di 21 punti base la curva degli interessi, con un impatto massimo di 108 punti per alcuni titoli con scadenza intorno ai vent’anni. L’Apf1, invece, ha in media abbassato i rendimenti di 27 punti base sui titoli con scadenze tra i cinque e i venticinque anni”.
Da Basilea, infine, si nota che dopo il Consiglio europeo del 26 ottobre 2011 – quello che ha imposto alle principali banche di ricapitalizzarsi – è seguita “una fase di euforia che avrà vita breve”. Con il risultato che gli operatori hanno iniziato a sbarazzarsi persino di titoli da tripla A come quelli di Francia e Austria, e “l’Eurosistema ha resistito alle crescenti pressioni internazionali che chiedevano acquisti su larga scala”. Fino a quando?